A che serve indagare la realtà? Semplice, perché si soffre.

Perché mai un essere umano dovrebbe dannarsi tanto a meditare, scrutare e infine disvelare la propria anima? Chi me lo fa fare? Chi ce lo fa fare? Non sono ben altri i nostri problemi personali e della società? Non c'è forse in atto una grave crisi economica e politica? Perché mai occuparsi di temi spirituali, religiosi o mistici? Non si rischia di fuggire da questa cruda e spiacevole realtà cercando di "immaginarsi" mondi popolati di anime belle dove regna il volemmose bbene?

Perché mai, oggi come oggi, un individuo che lavora (se è fortunato), si occupa della propria famiglia, che si svaga come può (dallo streaming alle passeggiate in montagna) si dovrebbe anche accollare la fatica di un percorso di esplorazione di sè? Perché dovrebbe impegnare ore a meditare e a indagare la propria realtà? Già ci dobbiamo occupare anche della nostra salute, badando a ciò che mangiamo, al fare esercizio, perché mai sbattersi anche per altro di cui poi non si intravede davvero una reale utilità pratica?



(Photo by bruce mars on Unsplash)

La risposta come si evince dal titolo è molto semplice. A tutti capita di soffrire e volerlo evitare è automatico. Ovviamente non sto parlando del dolore (magari collegato ad un trauma fisico o ad una malattia), sto parlando della sofferenza mentale che qualche volta diventa "esistenziale".

A quella non c'è rimedio se non attraverso la comprensione delle sue cause reali.

Ogni uomo nasce con il desiderio di essere felice, la vita poi gli insegna che non è un risultato scontato e quindi quello si ritrova a imparare e a sovrascrivere desideri nuovi intorno a quella innata necessità. Impariamo fin dall'infanzia a compensare i nostri bisogni attraverso strategie nuove che non ci sarebbero appartenute in uno stato naturale, ma che, ci permetteranno di sopravvivere nel mare delle relazioni. Senza voler entrare nel dettaglio di ciò (ci sono altre sedi, altre pratiche; ci saranno altri post) ci basti registrare che un desiderio, profondo col tempo viene dimenticato e messo da parte.

Esso però non scompare.

Diventa soltanto inconscio e, col tempo, porta tristezza, malinconia, mancanza di senso nella nostra vita. Perché corro tanto nella mia vita? A che scopo? Perché cerco di farmi apprezzare così tanto e trovo così poco o fugace riscontro? Che senso ha amare tutto il mondo se il mondo non è popolato da altri che non siano approfittatori ed egoisti? Meglio chiudersi amando i nostri cari più prossimi e cercando delle piccole ma concrete soddisfazioni. Salvo poi scoprire che magari anche i nostri cari ci deluderanno o che le piccole soddisfazioni lavorative/casalinghe ci possono essere portate via in un lampo.

Questo abisso di mancanza di senso, di incertezza si scontra con questa nostra più o meno conscia speranza che un senso vi sia, che la felicità sia possibile. Questo scontro fra "realtà" e visione genera inevitabilmente sofferenza. Questo accade da sempre per ogni essere umano. Tutti sperimentiamo la delusione di veder le nostre aspettative tradite.

E perché mai accade ciò?

Perché soffrire per le nostre aspettative deluse? Non siamo in grado di renderci conto che nulla è permanente? Perché ci aspettiamo l'impossibile?

Cosa siamo, stupidi? Siamo un errore di programmazione nell'universo?

In un mondo in cui tutto è in armonia ed equilibrio nella natura, l'uomo è l'unico errore? A questo vogliamo credere? Vogliamo pensare di aver delle necessità insensate?

Ecco perché si medita, ecco perché ci si interroga. Per smettere di soffrire, per trovare un senso.

Tornare a guardare al mondo con la fiducia con la quale siamo nati non solo è un nostro legittimo diritto, ma è anche possibile.

Si tratta di smontare ciò che è dannoso e prendersi cura di ciò che è poderoso e prodigioso.

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